Castello di Bentivoglio - Bentivoglio e dintorni

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Il Castello di Bentivoglio
a.d. 1390
 
 
 
 
Statua di Giovanni II Bentivoglio nella cappella del castello
Giovanni II Bentivoglio
Statua nella cappella del castello Bentivoglio
   Ginevra Sforza  
 
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La Storia del castello di bentivoglio
(ponte poledrano)
 
 
LA ROCCA____________

Il 1° febbraio 1352, il cardinale e legato pontificio Androino de la Roche concesse a Guido di Egano Lambertini il permesso di costruire un mulino su una proprietà affacciata sul canale Navile, nei pressi di Ponte Poledrano (l'odierna Bentivoglio). L'evoluzione storica e morfologica di questo tratto del canale è schematizzata nelle figure sottostanti: la prima mappa illustra la nascita del mulino nel 1352, mentre la seconda mostra i successivi mutamenti del 1390, anno in cui il Comune di Bologna edificò la Rocca con la sua torre di avvistamento.

  

Nel 1460 la famiglia Bentivoglio, nella persona di Sante, acquisì la proprietà della Rocca di Ponte Poledrano. Gli interventi promossi dalla casata non ne stravolsero la struttura, ma ne segnarono una profonda evoluzione funzionale: pur mantenendo un elevato livello di sicurezza, l'edificio si trasformò in una raffinata residenza signorile. Ne sono una chiara testimonianza le decorazioni murali visibili nelle immagini a fianco, espressione di un gusto estetico e di un prestigio politico estranei alla rigida architettura militare.

   

La rocca era quindi preesistente alla Domus, costruita dal Comune allo scopo di controllare i confini verso i Marchesi D’Este. La fortificazione non aveva particolari funzioni difensive ma bensì di controllo della strada, del ponte sul Navile e dei mulini, infatti, ospitava una ridotta guarnigione stanziale formata da tre sole unità.
Quindi i compiti della rocca erano quelli di segnalare alla vicina Bologna qualsiasi situazione di minaccia. Di notte, sulla torre e più precisamente nel punto più alto, il torrino di segnalazione, venivano accesi fuochi all’interno di bracieri. In base al numero e all’intermittenza delle luci si indicavano le varie situazioni di pericolo, sia a Bologna (torre degli Asinelli) che a tutte le rocche limitrofe. Nelle ore diurne, invece, ci si serviva del braciere per fare fumo o eventualmente di una campana di segnalazione. Giovanni II Bentivoglio mantenne intatta la rocca facendone un bastione difensivo per la Domus, raggiungibile, in caso di pericolo, attraverso un corridoio coperto e un piccolo ponte levatoio. Al tempo, avere una torre affiancata alla propria dimora era usuale come risulta evidente dal profilo dell’antica città di Bologna.

  

DOMUS JOCUNDITATIS                            

Giovanni II, nel 1475, non tentò di migliorare ulteriormente le capacità ricettive del vecchio fortilizio ma ne recuperò le capacità difensive inglobandolo, come compartimento di sicurezza, nel grande palazzo che edificò intorno ad esso, la sua domus jocunditatis. A proposito di questa il Rubbiani dirà << Al Bentivoglio prevale il desiderio di vita luminosa, di ampi spazi. Il muro di cinta e le fosse girano al largo, massime verso mezzodì, per includere giardini e prati; grandi e fitte le finestre inondano di luce le camere e le gallerie; la sala di riunione della famiglia e degli ospiti, tutta finestre verso il sole, era riscaldata dalle vampe di ben cinque camini; dalla bassa corte si passava da ogni parte nella corte d'onore senza cautela di ponti levatoio o di saracinesche; dalla corte d'onore, dipinta tutta a rame di fiori col motto -domus jocunditatis - si saliva agli appartamenti per una bella scala indifesa >>

    

Nata come luogo di svaghi e di delizie, la Domus rivestì fin dalle origini il ruolo cruciale di centro di una redditizia tenuta agricola. Il complesso ospitava un imponente mulino idraulico, una vocazione produttiva che garantì la sopravvivenza del sito anche dopo la cacciata dei Bentivoglio da Bologna. Negli anni, Giovanni II sviluppò intorno al castello un vasto podere di ben 358 ettari e potenziò l'opificio. Al momento della confisca dei beni bentivoleschi, il mulino di Ponte Poledrano fu stimato l'incredibile cifra di 20.000 lire (superando di gran lunga gli altri mulini della famiglia), mentre il castello e gli immobili annessi furono valutati 28.000 lire: cifre che testimoniano lo straordinario valore economico del sito.L'altra grande vocazione della residenza era quella venatoria. Questa attività era celebrata da grandi affreschi – oggi purtroppo illeggibili – situati nell'andito che collegava la corte d'onore del piano terra ai giardini meridionali. I dipinti raffiguravano i dintorni del castello, tra cui spiccava il profilo della rocca stessa, immersi in distese palustri popolate da stormi di uccelli acquatici. Le scene rievocavano le battute di caccia con falchi e balestre, incorniciate da un cornicione dipinto da cui pendevano corni da caccia. Ancora alla fine dell'Ottocento, si potevano scorgere gruppi di gentiluomini a cavallo, memoria visiva di memorabili giornate venatorie (come nell'esempio sotto).

Cristoforo De Predis "Scena di caccia" Biblioteca Estense Universitaria


Il castello visse momenti di grande fulgore e notorietà, in particolar modo quando, alla fine del gennaio 1502, gli occhi della diplomazia europea si concentrarono sulle sue sale. Infatti, il 31 Gennaio 1502 Lucrezia Borgia lasciava Bologna e navigando sul Navile, giunse al Bentivoglio, "Casa della gioia". Lucrezia arrivava al castello per incontrare il suo futuro sposo Alfonso d' Este. È il momento più alto e significativo per la famiglia Bentivoglio e per la sua Domus. 

IL RESTAURO ______________ 

Il massimo splendore della Domus durò, in realtà, solo pochi decenni: dalla sua costruzione nel 1475 fino alla drammatica fuga dei Bentivoglio da Bologna nel 1506. Da quel momento iniziò un lungo declino che, tra alterne vicende, portò il castello nel totale oblio, interrotto solo nel 1889 quando il marchese Carlo Alberto Pizzardi lo acquistò per avviarne il restauro.All'inizio dei lavori lo scenario era desolante. Le mura di cinta erano scomparse, i fossati livellati al piano della campagna e il rivellino d'ingresso completamente demolito. L'intera ala occidentale era andata perduta (come mostra la figura a fianco); i saloni nobiliari erano stati frazionati con tramezzi per ricavarne misere abitazioni contadine. Tra panni stesi al sole, attrezzi agricoli e un fitto agglomerato di catapecchie che ospitavano concerie e torchi da olio, l'antica bellezza del castello era ormai del tutto irriconoscibile.

    

Nella delicata fase progettuale del restauro, il problema metodologico principale era rappresentato dal recupero della morfologia originaria del fabbricato, drasticamente compromessa dalle stratificazioni successive. Un contributo dirimente giunse dal ritrovamento di un prezioso documento presso l'Archivio Bentivoglio di Ferrara: la pianta e veduta del castello eseguita da Bonalberto Bonfadini, che ne documentava l'assetto nel 1735 (figura sotto), un'epoca antecedente alle radicali mutilazioni e conversioni d'uso.Tale testimonianza iconografica offrì una guida rigorosa ad Alfonso Rubbiani, al quale era stato affidato il compito di ripristinare il monumento. L'istanza filologica del Rubbiani si diresse innanzitutto verso la rimozione delle superfetazioni per restituire all'organismo architettonico l'originaria unità formale. Il cantiere ebbe inizio dal nucleo della rocca, dove l'abbattimento dei numerosi volumi incongrui addossati alla torre permise di isolare nuovamente l'antico mastio.

    

Se il fortilizio non aveva subito alterazioni sostanziali, preservando all'alba del XX secolo l'originaria volumetria tardo-quattrocentesca, la Domus versava in condizioni critiche. La totale asportazione del corpo occidentale ne richiese una parziale reinvenzione e ricostruzione ex novo. Gli spazi interni apparivano del tutto snaturati dalla conversione dei grandi saloni in appartamenti rurali; l'apertura del cantiere richiese pertanto il preventivo e complesso sgombero di circa duecento occupanti. L'intervento del Rubbiani, focalizzato sul ripristino dell'ala demolita e della cerchia muraria perimetrale, restituì l'originaria unità morfologica al castello. Il complesso, caratterizzato da un impianto quadrangolare sviluppato attorno a un'ampia corte interna, si raccordava sul fronte settentrionale con un vasto edificio originariamente adibito a scuderia.



Il corpo di fabbrica adiacente al castello si distingue per l'eccezionale monumentalità del suo impianto. Costituito da un unico volume della lunghezza di 70 metri, lo spazio interno è scandito in tre navate da pilastri quadrangolari. La scuderia, capace di accogliere una cinquantina di destrieri, era posta in diretta comunicazione con il castello attraverso un corpo di raccordo (visibile in alto a destra). Questo prolungamento dell'ala orientale fu interpretato dal Rubbiani come la probabile sede delle cucine di Messer Giovanni; un'ipotesi che, pur implicando un lungo e articolato transito dei cibi verso i saloni di rappresentanza, trovava ampi riscontri nella prassi distributiva delle coeve dimore signorili. Di contro, l'istanza più problematica del cantiere ottocentesco e rimasta in parte irrisolta riguardò il ripristino dei cicli pittorici che dovevano originariamente qualificare i fasti del palazzo. Achille Casanova, responsabile della reinvenzione ornamentale, si esprimeva nei seguenti termini in una missiva indirizzata a C. A. Pizzardi:
…è dimostrato che tutte le pareti della corte erano dipinte in bianco con il seminato di fiori e il motto Domus iocunditatis e che le arcate dei portici erano decorate di un rifascio a chiaro scuro di giallo…..”
Non ovunque egli eseguì le decorazioni, probabilmente si limitò a ripassare le poche pitture ancora esistenti. Oggi le pareti del cortile d’onore sono completamente prive di qualsivoglia pittura.

LE MURA ______________ 



Le mura che circondavano la Domus, se pur merlate, non avevano scopo difensivo; infatti, troppo bassa era lo loro altezza ed erano totalmente prive di camminamenti. Queste difese non potevano rappresentare un valido baluardo ad un possibile attacco. Il castello era, nello spirito del Bentivoglio, un luogo di pace e solo la rocca rappresentava un possibile rifugio in caso di pericolo.

RIVELLINO DI PORTA              
 
Struttura d'accesso e fulcro del sistema difensivo murario, il rivellino era munito di un ponte levatoio che consentiva l'isolamento del castello tramite il fossato alimentato dal Navile. L'asportazione del settore occidentale del complesso determinò la contestuale perdita dell'originaria porta fortificata. In sede di ripristino, il Rubbiani ne decise la ricostruzione ex novo, adottando come modello analogico l'apparato d'ingresso del Castello di San Martino in Soverzano (noto come dei Manzoli). Tale soluzione metodologica ha generato un dibattito critico, tuttora aperto, circa l'autentica dislocazione dei componenti della porta. L'architetto bolognese realizzò un rivellino caratterizzato da due pareti frontali parallele, entro le quali era racchiuso il meccanismo del ponte levatoio (disegno sotto a sinistra). Diversamente, l'iconografia settecentesca del Bonfadini documentava un organismo assimilabile a una torre portaia, con l'impalcato mobile incernierato sul fronte esterno (disegno sotto a destra). Le riserve sulla restituzione filologica del portale confermano quella propensione alle varianti interpretative riscontrabile in molteplici episodi del cantiere rubbianesco.

  


CORTE INTERNA ____________

La corte interna a pianta quadrangolare ha due lati a portici con archi a tutto sesto con colonne a capitelli corinzi. I colonnati come è visibile nelle foto (fig.5 e fig.8) sono privi dell'ultima colonna, quella corrispondente ai due punti d'ingresso al palazzo in modo che <<le comitive entrando a cavallo passavano senza rompere ordinanza >. (Rubbiani). Il Lato Nord (fig. 6), vede aprirsi diverse porte, una delle quali (la seconda da sinistra) dà accesso alla Cappella di famiglia. Un ballatoio corre lungo tutta la facciata permettendo la visione dall' alto dell’intera corte. Il lato Sud (fig.7), vede aprirsi un ampio arco che mette in collegamento la corte con i vasti giardini retrostanti il palazzo.

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Nella ricostruzione dell'ala occidentale, Alfonso Rubbiani prese come riferimento la speculare ala di levante, concedendosi tuttavia ampie libertà interpretative. Lo scalone d'accesso al piano nobile (foto sotto) riflette chiaramente il gusto del collettivo di artisti guidato dall'architetto: un linguaggio che rielabora stilemi medievali per approdare a una sintesi eclettica, fortemente influenzata dall'Art Nouveau ottocentesca. Ne è un esempio il braciere d'illuminazione, che reinterpreta in chiave moderna elementi d'epoca.Al centro della corte è sopravvissuto un pregevole puteale in pietra d'Istria di gusto veneziano, ornato dagli stemmi dei Bentivoglio (la celebre sega) e dalla vipera viscontea, pezza araldica degli Sforza. Gli altri tre lati del pozzo mostrano le insegne solitarie dei Bentivoglio, lo stemma Bentivoglio-Sforza (con la sega affiancata dalle onde sforzesche) e l'emblema del diamante di Ercole I d'Este. Sebbene la vera in pietra risalga all'epoca dei restauri di Rubbiani e rechi i segni del tempo, la struttura sotterranea della cisterna seguiva la tradizione bolognese in mattoni, realizzata secondo tecniche di scavo consolidate. Il supporto in ferro battuto ha conservato la banderuola segnavento, sebbene bloccata dalla ruggine, ma ha perso la carrucola, la corda e il secchio. Nel 2021, grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, un attento restauro ha restituito al puteale il suo originario splendore (foto a fianco).

    


LA CAPPELLA ______________ 

Dalla grande corte al piano terra si accede alla Cappella; anche qui i guasti del tempo sono visibili. All' inclemenza dei secoli, in questo caso, va aggiunto il modo con cui furono eseguiti le pitture. La tecnica usata non è quella dell'affresco ma una sorta di tempera che penetrando solo in superficie nell'intonaco sottostante si dimostrerà maggiormente deperibile con il trascorre del tempo. All'interno le pareti della cappella sono ornate dalle immagini dei Dodici Apostoli, ormai molto “sbiadite"



Poco leggibile è l'ornamento al centro della volta che include l'immagine di Gesù Cristo circondato dai quattro Evangelisti. Meglio conservata è la lunetta che sovrasta la porta d'ingresso (foto sotto) dove si trovano le figure di San Sebastiano e di un secondo Santo, incerto nella sua identità; forse San Giovanni o San Cristoforo o come più probabile San Giacomo Maggiore; recentemente è stata avanzata l'ipotesi di San Rocco quale elemento iconografico rafforzativo dell'immagine di Sebastiano, essendo anch'esso legato ad una funzione di protezione contro la “peste."

    

Risulta alquanto complessa la questione attributiva concernente il ciclo degli Apostoli della Cappella, storicamente accostato alla produzione giovanile di Lorenzo Costa, pittore che godette del costante patronato di Giovanni II. A tale ambito il Gozzadini ascriveva pure la perduta Madonna col Bambino che sormontava il portale esterno. L'avanzato stato di sbiadimento delle superfici rende arduo riconoscere in questi brani il tipico classicismo esuberante dell'artista, se non ammettendo una cronologia precoce, ancora fortemente tributaria dei moduli della scuola ferrarese e dell'officina di Schifanoia. Appare pertanto più rigoroso mantenere l'anonimato per questo benemerito maestro, che dimostrò comunque una felice assimilazione dei temi figurativi bolognesi.Il medesimo portale d'accesso reca nella lunetta esterna, entro un'unghia incassata, un pregevole Cristo in pietà. Nonostante le severe ingiurie del tempo, il dipinto rivela una raffinata sensibilità: la lunga chioma incornicia il volto e il costato è segnato dai rivoli di sangue della Passione. La testa, reclinata in avanti con dolorosa dolcezza, è valorizzata da un nimbo a forte resa prospettica.

     

Sempre nell’area della Cappella va evidenziata, sopra la lunetta del Cristo (seconda foto da sinistra), una pittura, ormai fortemente deteriorata, di una Madonna con Bambino attribuibile a Lorenzo Costa. Come si può notare dalle immagini la composizione e fortemente sbiadita e solo con un po’ di gestione fotografica la si può intravedere ( terza foto da sinistra).
Nell’arco precedente a quello relativo all’entrata della cappella, fa bella mostra di sé un rilievo di una Madonna con Bambino. Non si conosce la provenienza né l’esecutore del rilievo, è certo però che faccia parte della numerosa serie di repliche della “Madonna dei Candelabri” di Antonio Rossellino (1427-1479). Alfonso Rubbiani nel suo libro, in cui parla della fase di restauro del castello, ci informa dei molteplici rinvenimenti nei vecchi ripostigli di fregi e stucchi originali che facilitarono la ricostruzione di stemmi e camini come quelli dell’epoca. Che la Madonna faccia parte di questo prezioso tesoro nascosto dalle “fate antiche”? (come dice lui). 



IL PIANO TERRA____________

Attraversando il cortile interno, dall’ingresso est della Domus è possibile entrare e percorrere un corridoio oggi occupato dagli uffici dell’Istituto Ramazzini. Il corridoio e gli uffici mantengono ancora visibili le pitture originali seppur deteriorate dal tempo. Stemmi degli Sforza e dei Bentivoglio, falconieri, angeli e demoni. Una sequenza di medaglioni come in una galleria pittorica.

    

IL PIANO NOBILE ____________ 

Lo scalone a doppia rampa del fronte orientale adduce al primo piano, dove una galleria perimetrale distribuisce gli accessi ai diversi ambienti del piano nobile. L'itinerario prende avvio sul lato d'oriente con i primi due vani (colore oro), originariamente destinati ad appartamento privato di Giovanni II, all'interno del quale si conserva il ciclo pittorico con le "Storie del Pane". Seguono i quattro ambienti successivi (colore celeste), identificati come le sale degli stemmi e riservati alla cerchia familiare.Il settore settentrionale (colori giallo e rosso), anticamente riservato ai forestieri, subì una radicale rifunzionalizzazione per volere del Pizzardi, che lo destinò ad aule d'asilo. In sede di restauro, l'abbattimento di alcuni tramezzi in questa medesima ala permise la creazione di un grande salone di 258 mq (colore rosso), convertito in cappella per la popolazione locale. L'ambiente si distingue per la cromia uniforme delle pareti in rosso carico e per il soffitto a cassettoni lignei, ornato da un firmamento stellato su fondo blu (foto alla pagina successiva). Se l'ordine superiore delle pareti reca un fregio epigrafico che tesse le lodi della munificenza del Pizzardi, la fascia inferiore conserva lacerti decorativi di epoca bentivolesca con soggetti faunistici, tra cui figurano specie esotiche come i pappagalli. Percorrendo il lungo corridoio dell'ala di ponente e oltrepassato l'ingresso occidentale, si accede infine alla "Sala dei Cinque Camini" – o Sala Verde, in virtù dell'originaria stesura pittorica parietale (foto alla pagina successiva) – che rappresenta l'ambiente di maggiore cubatura dell'intera Domus.


   

Proseguendo nella stessa ala si aprono quattro camere (colore viola) dette dei Parchi e dei Garofali. Queste stanze furono completamente ridipinte dal Rubbiani. Nella camera dei Parchi sono ritratti dei leopardi che reggono il vessillo con la sega bentivolesca mentre in quella dei Garofali sono dipinti dei fiordalisi (o più sicuramente il “radechio illustrato dal sole" così come lo indica Sabadino degli Arienti) con il motto "sic meus est animus “.

   

LA SALA DEL CICLO DEL PANE ____________ 

Come già anticipato in precedenza, superate due rampe di scale, nel lato est, si accede alla luminosa galleria del primo piano. La prima porta (a destra) accede a quella che si suppone fosse l'appartamento di Giovanni e Ginevra, in cui possiamo pensare che Giovanni ricevesse gli ospiti illustri e in cui si tenessero banchetti e pranzi di lavoro ad argomento politico. Gli affreschi sulle pareti raccontavano una storia antica tipica della terra che traspariva dalle grandi finestre “La storia del Pane ". 
Nella foto sotto a sinistra, è ritratto il "camino" della sala da cui si diparte la sequenza dei dieci pannelli che si susseguono sulle pareti della stanza. Le pitture raccontano le varie fasi della produzione del grano e quindi del pane, iniziando dal “disboscamento (figura sotto al centro) che presuppone la creazione delle tornature preposte alla coltivazione. Nel settore di levante, tra due luminose finestre, c'è la sezione pittorica più rovinata; infatti, sono appena percepibili tre pannelli in cui sono rappresentati la parte preparativa dei campi che andavano forniti di "scoline" e fossi drenanti.

     

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1 - Nel quinto comparto il tema è quello della "mietitura “, due giovani coloni sembrerebbero intenti ad ammucchiare il grano con i loro strumenti in attesa di poterlo caricare sul carro; anche qui gran parte della sezione inferiore dell’affresco è irrimediabilmente rovinata.
2 - Nel sesto comparto è visibile la "trebbiatura "; sei vigorosi contadini disposti sui lati dei covoni battono il grano con l'apposito bastone. Degno di nota in alto a destra l'inserimento di un motivo fantasioso a spirale che ci rimanda ad altri dettagli tipici della pittura ferrarese."
3 - Nel settimo riquadro, il frumento è stato posto nei sacchi ed è pronto per il trasporto al mulino con un carro trainato da grossi buoi

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4 -  I due riquadri successivi sono dedicati al mulino; un contadino si accinge a caricare un sacco di frumento su uno dei due muli, mentre il compagno a cavallo del secondo animale attende
5 - In questa sezione la scena si svolge nei pressi del mulino dove un uomo esce dal portone con un sacco di farina sulle spalle. 
6 - Nel decimo comparto la scena si sposta all'interno della corte del castello, dove tre fanciulle, sotto il porticato, stanno confezionando piccoli pani di forma rotonda. Una quarta fanciulla porta nuova pasta lievitata.

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7 - Nell’undicesimo comparto, reso quasi totalmente illeggibile, si intuiscono le giovani donne davanti al forno per seguire questa ultima parte della panificazione, “la cottura ".
8 - Infine, il banchetto; le tre fanciulle e i due giovani sono riuniti intorno al tavolo intenti a consumare vivande ed il pane appena prodotto. Sono ancora ben visibili gli oggetti riferiti alla tavola apparecchiata per il banchetto."


IL SOTTOTETTO_____________
e le torrette scomparse

Un elemento di grande interesse, nella fase di restauro, è legato a due torrette che non sono presenti nel disegno e nel restauro del Rubbiani, pur se visibili nella riproduzione del Bonfadini e in alcune foto d'epoca antecedenti alla ristrutturazione (foto sotto). 

        

Per quello che possiamo sapere, queste torrette erano presenti nel '700 ma non sappiamo se facessero parte del castello originario del '400. Il Rubbiani riteneva fossero state costruite successivamente alla Domus di Giovanni II e pensava anche che potessero essere collocate temporalmente nel XVIII secolo. Questa valutazione sembrerebbe suffragata da alcune osservazioni recenti fatte durante una analisi del sottotetto del castello nei punti dove le torrette erano presenti. Più precisamente, là dove era posizionata la torretta di Nord-Est, sono visibili muri tagliati ma ancora affrescati. Di seguito riportiamo delle immagini effettuate nel sottotetto.

    
Le immagini riportate sono un estratto delle foto scattate per illustrare la struttura del sottotetto del castello ed è proprio nell’area nord/est in cui sorgeva la seconda torretta che sono state nuovamente documentate delle pitture che riportiamo. (Foto Bentivoglio e dintorni)
    
Le foto esposte come si può notare ad un primo sguardo non sembrano avere uno stile quattrocentesco anche se alcuni esperti non ne sono così certi. Molto probabilmente il Rubbiani studiandole deve aver pensato che non fossero della Domus originaria e che quindi fosse opportuno eliminare le torrette per ridare al castello una linea che lui riteneva fosse quella del suo tempo. Sotto il castello dopo il restauro.




IL CASTELLO DAL '900 AD OGGI_____________

Il Castello, ristrutturato dal C.A.Pizzardi fu in parte utilizzato a scopi filantropici come le sale dell’ala nord che furono adibite ad Asili e Scuole per i bambini del paese (la foto a fianco mostra la porta d’ingresso della vecchia scuola). È giusto ricordare che all’inizio del Novecento gli asili non erano frequenti se non nelle grandi città ma Bentivoglio ne aveva uno.
La sala rossa fu utilizzata per diversi ruoli; prima chiesa che al tempo non era presente nel paese di Bentivoglio e poi sala cinematografica.
Allo scoppio della Prima guerra Mondiale, nel 1915, la Domus fu di supporto all'Ospedale come luogo di convalescenza per militari feriti. Nella foto si possono vedere soldati che lontani dalle trincee imparano a leggere e scrivere con insegnanti messi a disposizione dal Marchese.

   

La Seconda guerra mondiale causò al castello ferite profonde, infatti, il 22 Aprile del 1945, i tedeschi in ritirata fecero saltare la torre trecentesca allo scopo di rallentare l'avanzata delle forze alleate. L'ingiuria inferta alla Domus Jocunditatis è ancor'oggi visibile.
Attualmente parte del Castello è utilizzato dall’Istituto Ramazzini come centro per la ricerca indipendente e la prevenzione del cancro e delle malattie di origine ambientale.

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Alfonso Rubbiani:

" ...l'aspetto del castello che o si specchiava nelle acque o si ergeva fra le verzure dei giardini di là dal terrapieno murato, tutto letteralmente vestito di linde e smaglianti pitture, doveva essere ai suoi dì ben sorridente; come una oasi incantata o un regno di fata, quando al diradarsi delle nebbie che così frequenti ristagnano su quelle bassure, il sole batteva festosamente la festa dei colori."




BIBLIOGRAFIA

Il Castello di Bentivoglio a cura di Anna Laura Trombetti Budriesi
Edifir (Edizioni Firenze)

Il Castello di Giovanni II Bentivoglio a cura di Alfonso Rubbiani

Gli affreschi del castello di Bentivoglio a cura di Antonio Buitoni e Lorena Cerasi
Strenna Storica Bolognese 2009

Galleria Fotografica a cura del “Gruppo Fotografico Bentivoglio
e dintorni”


 
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